DANCER



Se provate a digitare il nome di Sergei Polunin su Google, scoprirete un ventaglio di titoli rocamboleschi: "Il bad boy della danza lascia il Royal Ballet", "L'enfant terrible del balletto classico confessa i suoi problemi con la droga". Dotato di un carisma e una prestanza che tolgono il fiato, Sergei Polunin ha preso d'assalto il mondo della danza ed è diventato il più giovane primo ballerino nella storia della celebre istituzione inglese. Poi a ventidue anni e all'apice della sua gloria, se n'è andato sbattendo (forte) la porta. Stella che brilla di mille fuochi, il ballerino ucraino ha infilato il declino a suon di scacchi personali e professionali, di storie e capricci, di tatuaggi troppo visibili in scena e calzamaglie troppo strette per la sua immaginazione. Questa è l'immagine fabbricata dalla stampa nei mesi che hanno condotto nel gennaio del 2012 alla sua diserzione-choc dal Royal Ballet di Londra. Dancer, il documentario di Steven Cantor, corregge il ritratto, disegnandone uno complesso e profondo, distante dall'artista scomodo e imprevedibile che se ne fotte di tutti dei tabloid inglesi. La sua voce è delicata, le sue parole pesate, la sua emozione reale, quanto la vita che lo ha spinto sull'orlo dell'autodistruzione, volgendo il talento in fardello, il corpo in prigione. Come insegna Scarpette rosse, il melodramma visionario di Powell e Pressburger, di danza qualche volta si 'muore'. Nato nelle brume della città di Cherson nel sud dell'Ucraina, Sergei supera povertà, solitudine, prove e audizioni per diventare a soli diciannove anni la stella più luminosa del Royal Ballet. Comparato a Rudolf Nureyev, i suoi spettacoli registrano il tutto esaurito, le sue performance il plauso del pubblico e della critica. Tutto lascia pensare a una vera favola ma la favola è drammatica. Perché la virtuosità chiede sempre il conto. Figlio amato di una famiglia modesta ma ostinata a emanciparlo dal crepuscolo permanente di Cherson, Sergei cresce lontano dai suoi cari che abbandonano il proprio Paese in cerca di un lavoro che possa alimentare il sogno del loro ragazzo. La diaspora che conduce altrove padre, madre e nonna, scarica sulle spalle dell'adolescente una responsabilità mai smaltita. Più forte di quella zavorra emotiva, che spinge sul fondo saltando più in alto, Sergei diventa il primo della classe, il più bravo di tutti, il prodigio, il fenomeno raro, l'artista promesso ai ruoli più prestigiosi del repertorio. Ma i contatti coi genitori sono rari, i ricordi insopportabili, i progressi troppo rapidi, il carattere instabile, il bisogno di solitudine insopprimibile come quello di feste e di trip. Il seguito di questa storia diventa l'oggetto del documentario di Steven Cantor, che segue Sergei in Russia, nel suo riorientamento in California e nel suo ultimo fatto d'arme alle Hawaii, la clip "Take Me to Church" diretta da David LaChapelle, che ha avuto più di sedici milioni di visualizzazioni su YouTube. Dancer, in equilibrio sapiente tra romanticismo e maledettismo, raggiunge il punto di rottura di un'ascesa vertiginosa e poi segue l'inizio di una discesa volontaria. Una decelerazione dolorosa che si interroga e interroga. Come trovare la libertà di essere se stessi quando si è la "proprietà più esclusiva" del mondo del balletto? Lezione la mattina, allenamento il pomeriggio, rappresentazione la sera, Sergei si sente prigioniero di un ritmo che non gli appartiene più. Disciplina, regole, costanza, lo annoiano. Lui non ama che la scena e alla scena vuole tornare ma a modo suo, con le sue regole, coi suoi tempi, col suo tempo, quello che non ha mai avuto per amare, cazzeggiare, essere. Prima di nascere di nuovo però deve distruggersi. In fondo agli eccessi, alle notti bianche, ai ritardi, alla coca, ai patti coi fantasmi e con i demoni, ritrova l'equilibrio, il gusto della danza, la fame di danzare. Il richiamo di Tersicore morde ancora, è irresistibile, Sergei ritorna sul palcoscenico. Per lui e magari anche un po' per noi. Per quel pubblico che lo guarda sbalordito gridare la morte del balletto e il lato scuro della danza, insinuando una domanda. Quando abbiamo un dono è un obbligo assoluto sfruttarlo? Spremerlo fino a esaurirlo? L'enfant prodige è crollato sotto quel dono, sotto il peso accumulato dall'infanzia. Rapimento visionario, Sergei Polunin balla come un dio ma Dancer ci ricorda il prezzo. Regia di Steven Cantor. Un film Da vedere 2016 con Sergei Polunin. Genere Documentario - Gran Bretagna, Russia, Ucraina, USA, 2016, durata 85 minuti. Uscita cinema lunedì 5 febbraio 2018 distribuito da Wanted.
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MAZE RUNNER - LA RIVELAZIONE



Thomas e gli altri ribelli non si sono ancora dati per vinti e, mentre il mondo va sempre più in malora, continuano a lottare per proteggere i propri amici, in particolare per salvare Minho e altri giovani catturati da Wicked e fuggire poi insieme a loro verso lidi migliori con una nave. Quando si accorgono che Minho non è però tra i ragazzi che hanno estratto da un treno in corsa, Thomas decide di andare nella tana del leone, in una città fortificata da Wicked per fare un ultimo tentativo di salvare l'amico. Diversi altri ribelli si rifiutano di lasciarlo andare da solo e si aggregano alla difficile missione, ma a complicare le cose è soprattutto Teresa, che dopo averli traditi è diventata una ricercatrice di Wicked e rivela una posizione ambigua verso entrambe le fazioni, che rischia di compromettere i piani ribelli. Il capitolo conclusivo della serie cinematografica di Maze Runner, dai romanzi di James Dashner, cresce in termini di ambizione e minutaggio, ma l'azione fatica ad appassionare chi non sia già legato alla saga. A parte per i lettori dei romanzi e per gli spettatori più giovani cresciuti con questa serie, e digiuni degli infiniti altri "viaggi dell'eroe" che l'hanno preceduta, è difficile trovare un appiglio per appassionarsi a questo terzo lunghissimo capitolo di Maze Runner. I personaggi continuano a essere davvero elementari nelle loro contrapposizioni, senza per altro avere né la grandeur dei villain più eccessivi, né l'ironia degli eroi più irresistibili. Tutto risulta sbiadito e le scene d'azione, rigorosamente in linea con il consiglio di visione PG-13 e quindi senza sangue né un reale impatto violento, mancano della tensione cui aspirano. Emblematico in questo senso l'assalto al treno iniziale, dove i nostri eroi compiono una serie di imprese più o meno acrobatiche senza che nessuno tra loro venga ferito, e questo nonostante nell'ultima parte siano assaliti da uomini equipaggiati di armi automatiche e avanzate mentre loro si difendono solo con pistole. Insomma si ripete il consueto canovaccio degli action più incolori, dove i cattivi mancano sempre il bersaglio nonostante abbiamo fucili migliori mentre i buoni li abbattono con mezzi quasi di fortuna, un po' come fosse un episodio dell'A-Team, ma con meno ingegno. Per chi è appassionato a questi personaggi potrà anche andare bene così, ma per lo spettatore un minimo smaliziato è tutto ridotto a uno standard davvero troppo basso, con imprese impossibili, esplosioni iperboliche - soprattutto nel finale - e salvataggi all'ultimo momento utile secondo un copione molto prevedibile, che solo negli ultimi minuti cerca di assestare quale colpo di scena drammaticamente di peso. Del resto è anche il minimo, visto si parla della conclusione di una trilogia, ma arriva troppo tardi. Le oltre due ore di durata, movimentate senza successo da vari "set-piece" d'azione, si trascinano interminabili e alienano ogni effettivo coinvolgimento verso le sorti di questi personaggi. Non bastano ad alzare il livello neppure i vari ottimi attori, sull'esempio di Hunger Games, radunati in ruoli di contorno, come Giancarlo Esposito e Barry Pepper tra i ribelli, Patricia Clarkson e Aidan Gillen tra i cattivi e la new entry di Walton Goggins, orribilmente sfigurato e con un personaggio ambiguo. Tutti loro fanno il possibile, però sono costretti ai margini della vicenda e solo Gillen ha occasione di lasciare il segno, ma lo schematismo con cui è scritto il suo personaggio si rivela troppo anche per lui. Dylan O'Brien come protagonista conferma il poco carisma dei capitoli precedenti e di American Assassin mentre è Kaya Scodelario ad avere il personaggio più interessante, però i suoi occhi mozzafiato non bastano a darle lo spessore assente nel copione. Il tutto è scritto ancora una volta da T.S. Nowlin e diretto da Wes Ball, che cerca di variare rispetto alle situazioni dei film precedenti. I due però, pur prendendosi libertà verso il romanzo, non sembrano capaci di trovare la sintesi e il ritmo giusti: le cose si dilungano, il tono è troppo uniforme e lo spettacolo non impressiona. La cosa migliore di questo capitolo è che la serie finisce qui. Regia di Wes Ball. Un film con Dylan O'Brien, Kaya Scodelario, Thomas Brodie-Sangster, Nathalie Emmanuel, Giancarlo Esposito. Cast completo Titolo originale: Maze Runner: The Death Cure. Genere Azione - USA, 2018, durata 142 minuti. Uscita cinema giovedì 1 febbraio 2018 distribuito da 20th Century Fox.
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L'ATALANTE



In una cittadina francese, Jean, che gestisce una chiatta fluviale da trasporto, sposa Juliette. La chiatta diventa la loro casa, in compagnia di Jules, anziano marinaio che ha girato il mondo, e di un ragazzo che li aiuta. La vita matrimoniale è gradevole. Jules incanta tutti con le storie delle sue avventure. Ben presto Juliette comincia a sentirsi a disagio in quell'angusto spazio galleggiante, fino a litigare col marito e ad andarsene. Jules è sempre più disperato. Pur di rivedere la moglie, che ha a lungo cercato, ricorre persino alla superstizione secondo la quale se terrai gli occhi aperti in acqua vedrai la tua amata. Jules si butta nel fiume, nuota a occhi aperti (è la scena "mitizzata" da una sigla di Rai 3) e vede la moglie in abito da sposa. La sua disperazione diventa intollerabile, potrebbe anche morire e allora i suoi amici decidono di ritrovare a ogni costo la donna. E la trovano. E lei è ben felice di tornare insieme agli altri. Film molto importante, significativo di una certa epoca. Non si può prescindere dalla vicenda personale del regista Vigo, morto ventinovenne di tubercolosi, prima di finire il film. Vigo faceva parte di quel gruppo di artisti francesi che si erano innamorati dei princìpi della rivoluzione russa ed erano stati delusi dallo stalinismo che quei princìpi aveva mortificato. Un dolore intellettuale che diventa la chiave del film, in uno stile minimale-simbolico. Ogni personaggio segue le proprie attitudini e cerca di compiere il proprio destino: è ricerca di libertà (la donna addirittura lascia tutto, piccola rivoluzione privata); c'è l'amore comune e quello coniugale (soprattutto fisico); c'è il lavoro e ci sono i sogni lontani, o passati, comunque irraggiungibili (Jules). E infine c'è la scoperta che soli non si conclude niente, è meglio stare insieme. Dunque manifesto del cinema francese con tutte quelle precise espressioni: la vita e il destino attraverso i simboli ragionati rispetto a quel momento storico. Regia di Jean Vigo. Un film Da vedere 1934 con Michel Simon, Dita Parlo, Jean Dasté, Gilles Margaritis, Louis Lefebvre, Maurice Gilles. Cast completo Genere Drammatico - Francia, 1934, durata 89 minuti. Uscita cinema lunedì 15 gennaio 2018 distribuito da Cineteca di Bologna.
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IL RAGAZZO INVISIBILE



Avevamo lasciato Michele Silenzi un po' deluso, perché il padre aveva cancellato la memoria delle sue eroiche gesta dalle menti dei suoi amici, ma tutto sommato soddisfatto e sicuro di sé, tanto che sembrava iniziare una relazione con Stella. Inoltre avevamo scoperto che non solo sua madre era ancora viva, ma che era anche stata ritrovata anche la gemella di Michele, Natasha. Ed è proprio a partire da questi elementi che Il ragazzo invisibile - Seconda generazione prende le mosse, con un protagonista ormai teenager e molto irritato di dover nascondere il proprio potere, soprattutto perché un suo compagno di classe si è preso il merito delle sue gesta e corteggia Stella. Il nuovo film è più figo perché è più dark e quindi mi piace di più. Sono cresciuto con questo personaggio che ora è più grande e vive situazioni più complesse. Per come la vedo io, il primo film era una sorta di introduzione mentre questa è la vera storia. Ludovico Girardello Michele è così arrabbiato per questa situazione da decidere di partecipare a una festa dove, anche se i ragazzi sono ancora minorenni non mancano gli alcolici. Ubriaco Michele sta per commettere l'irreparabile, quando scopre di avere un "esplosivo" angelo custode, ossia la gemella Natasha che interviene per fermarlo. Poco dopo Natasha presenterà a Michele anche la loro madre biologica, Yelena, e la sua vita non sarà più la stessa. Entra nella piena adolescenza la saga cinematografica e supereroica di Gabriele Savatores, sempre sceneggiata dal trio Fabbri-Rampoldi-Sardo, noti anche per la serie di Sky 1992-1993. Ancora una volta girato a Trieste (che nel primo capitolo era riconoscibile ma non veniva mai esplicitamente nominata), promette già dagli otto minuti mostrati alla Festa del Cinema di Roma un tono più adulto e con situazioni più difficili, che spingono il protagonista verso azioni impulsive e non proprio irreprensibili. Oltre a Salvatores e agli sceneggiatori è stato confermato il direttore della fotografia Italo Petriccione, che del resto è inseparabile dal regista fin dai tempi di Marrakech Express e che ha vinto un David per Io non ho paura. Agli effetti speciali visivi invece subentra un nome di grande peso, quello di Victor Perez, che ha dato il suo contributo a titoli hollywoodiani costosissimi come John Carter, Il cavaliere oscuro - Il ritorno e Rogue One: A Star Wars Story. Salvatores ha spiegato, nella sua prima presentazione del progetto a Giffoni, che il film seguirà più lo sviluppo emotivo dei personaggi e sarà pertanto meno lineare del primo capitolo. Inoltre il regista non ha nemmeno escluso la possibilità, per quanto lo riguarda, di un crossover con Lo chiamavano Jeeg Robot: quasi una provocazione rivolta a spronare il cinema italiano a osare di più. Così come promette di essere piuttosto inedito il gran finale del Ragazzo invisibile 2, che sembra supererà decisamente in spettacolarità quello sul sottomarino del film precedente. Nel ruolo del protagonista ritroviamo Ludovico Girardello, che tra un film e l'altro ha partecipato anche a un episodio di Non uccidere, e tornano al suo fianco anche Valeria Golino nei panni della madre adottiva e poliziotta dal cuore d'oro, così come Noa Zatta in quelli di Stella di cui Michele è innamorato. Inoltre ritorna Kseniya Rappoport, che questa volta però interagirà molto di più con gli altri personaggi, mentre il ruolo del padre di Michele, Andreij, sembra essere passato da Christo Jivkov a Ivan Franek e con tutta probabilità sarà molto ridotto rispetto al primo capitolo. È una vera e propria new entry Galatéa Bellugi, che finora ha lavorato soprattutto nel mercato francese, e che qui sarà la gemella pirocineta Natasha. Infine è un volto nuovo anche quello di Emilio De Marchi che interpreterà il Dottor K: un ruolo avvolto nel mistero ma, con quel nome e quella faccia, è difficile non pensare che si tratterà del villain. Regia di Gabriele Salvatores. Un film con Ludovico Girardello, Ksenia Rappoport, Galatéa Bellugi, Ivan Franek, Dario Cantarelli. Cast completo Genere Fantascienza - Italia, 2017, durata 90 minuti. Uscita cinema giovedì 4 gennaio 2018 distribuito da 01 Distribution.
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THE VOID - IL VUOTO



Danny Carter, poliziotto in servizio notturno, trova un ragazzo ferito che brancola lungo un sentiero di campagna. Lo porta perciò al pronto soccorso più vicino, quello di un paesino: è un pronto soccorso a mezzo servizio, in dismissione e prossimo al trasloco a causa degli esiti di un incendio che ha colpito l'ospedale. Il medico, il dottor Powell, è perplesso: il ragazzo sembra sotto shock e dev'essere sedato per cercare di determinare che cos'ha. Al pronto soccorso lavora anche Allison, con cui Carter è stato sposato: storia finita dopo che Allison ha perso il figlio che aspettavano. Beverly, un'infermiera, improvvisamente uccide un altro paziente e aggredisce Carter, che è costretto perciò ad ammazzarla. Il comportamento insensato di Beverly non sembra trovare alcuna spiegazione. Mitchell, un agente più anziano, arriva chiedendo come sono andate le cose e spiegando che il ragazzo trovato da Carter è implicato in una carneficina avvenuta a poca distanza da lì. Carter cerca di contattare la centrale, ma non ci riesce né via telefono né via radio. Poco fuori dall'ospedale, Carter è aggredito da uno strano tizio incappucciato e con una tunica bianca. Carter, ferito, riesce a rientrare nel pronto soccorso, ma ci sono parecchi altri incappucciati che circondano l'ospedale. È l'inizio di un assedio, ma il pericolo è anche all'interno: la defunta Beverly si è infatti misteriosamente trasformata in una creatura mostruosa e aggressiva. Come il distretto di polizia di carpenteriana memoria (Distretto 13 - Le brigate della morte), anche questo pronto soccorso in dismissione diventa teatro di un assedio spietato con le forze del male che da fuori (e anche da dentro) cercano di sopraffare il manipolo di disperati che si trova bloccato nell'edificio. Ma qui non si sviluppa alcuna solidarietà di gruppo, come preannuncia la visione, sullo schermo televisivo osservato da un paziente all'inizio del film, de La notte dei morti viventi (altro classico film "di assedio"), la cui conflittualità collettiva è richiamata. Il gruppo di persone sotto assedio è infatti eterogeneo al massimo grado, con forti divergenze al suo interno e ben poca capacità sinergica, mentre la minaccia assume via via contorni sempre più metafisici e terrificanti. Ma in realtà è un assedio atipico perché, come nota uno dei personaggi, chi è fuori non cerca di entrare, ma si limita a impedire a chi è dentro di uscire. Perché, evidentemente, ciò che si deve compiere si compia. Regia di Jeremy Gillespie, Steven Kostanski. Un film con Aaron Poole, Kathleen Munroe, Kenneth Welsh, Daniel Fathers, Ellen Wong. Cast completo Titolo originale: The Void. Genere Horror - Canada, 2017, durata 90 minuti. Uscita cinema giovedì 7 dicembre 2017
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OGNI TUO RESPIRO



Robin Cavendish ha tutto dalla vita: è bello, aitante e fascinoso. Tanto da conquistare l'apparentemente inaccessibile Diana. Mentre la coppia di sposi nel dicembre 1958 si trova in Africa Robin contrae una forma di poliomielite che lo immobilizza in un letto e lo lega a un respiratore con una diagnosi che non gli lascia molto tempo da vivere. Diana, contro il parere della medicina ufficiale, lo porta a casa offrendogli delle opzioni terapeutiche mai tentate prima. Jonathan Cavendish non è solo il figlio di Robin nato poco dopo che il padre era stato colpito dalla malattia ma è anche il produttore del film. Questo fa sì che l'intera operazione assuma una dimensione del tutto speciale. L'inizio sembrerebbe iscrivere Ogni tuo respiro nell'ambito di quei film biografici che si ispirano alla realtà inondandola di sentimentalismo tanto da provocare un innalzamento del tasso glicemico dello spettatore. Dal momento in cui la malattia prende il sopravvento ci si accorge, minuto dopo minuto, che il fine è assolutamente diverso e che quel prologo aveva una sua ragione. Perché qui non ci si limita a ripercorrere le tappe di quello che avrebbe potuto essere solo uno sterile calvario individuale. Si racconta un calvario che invece si è trasformato in un'opportunità non solo per rendere più accettabile la vita di Robin Cavendish ma anche per garantire a pazienti in condizioni analoghe grazie a quegli strumenti che avrebbero consentito loro un'esistenza da condurre al di fuori dell'istituzione ospedaliera. Cavendish, Diana e coloro che li hanno affiancati ed aiutati sono stati dei pionieri in questo campo ed era giusto che il cinema ne raccontasse la storia. Ma proprio quello che potrebbe far storcere il naso ad alcuni critici costituisce invece il punto di forza del film. Lo stile molto british che fonde ricostruzione con humour sottile, che non avvolge la vicenda in un'atmosfera stabilmente cupa ma sa alternare situazioni critiche con sequenze più rilassate, è perfettamente funzionale a una diffusione di Ogni tuo respiro presso il pubblico più vasto. Anche quello, per essere ancora più espliciti, che non disdegna il cinema un po' old fashion. Regia di Andy Serkis. Un film Da vedere 2017 con Andrew Garfield, Claire Foy, Tom Hollander, Stephen Mangan, Dean-Charles Chapman. Cast completo Titolo originale: Breathe. Genere Drammatico - Gran Bretagna, 2017, durata 117 minuti. Uscita cinema giovedì 16 novembre 2017
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