Io Danzerò




Loïe Fuller, adolescente irrequieta che legge Shakespeare e tira col lazo, cresce col padre nel West americano. Alla morte violenta del genitore ripara in città dalla madre, una donna timorata di dio che vorrebbe farne una bigotta. Stretta negli abiti che la madre le cuce addosso, Loïe sogna di fare l’attrice e di calcare il palcoscenico. Tra un’audizione e una delusione trova il gesto che cambierà la sua vita e la condurrà dall’altra parte dell’oceano. Sprofondata dentro un mare di seta e attrezzata con lunghe bacchette inventa una danza impalpabile e illuminata da effetti cromatici. Ma l’America non è ancora pronta ad accogliere la sua visione, traslocata a Parigi trova un mondo all’altezza del suo talento. A contatto con i teatri e i movimenti artistici perfeziona la sua performance e diventa icona indiscussa al debutto del Ventesimo secolo. Figura di prua della Parigi avanguardista, pioniera della danza contemporanea, ammirata da Mallarmé e Lautrec e ‘scolpita’ da Rodin, Loïe Fuller fu musa e impresaria di una stagione gloriosa. Prima performeuse della storia, inventa un gesto, cerca spazi espressivi e sotto metri di tessuto leggero sboccia sulla scena come una farfalla. Biografia romanzata, La danseuse di Stéphanie Di Giusto è meno interessata al carattere avanguardista della sua eroina e molto concentrata sul corpo della Fuller, che inventa la danza serpentina, caleidoscopica estremizzazione della skirt dance. Le sue straordinarie doti, imprenditoriali prima che motorie, producono uno spettacolo strabiliante che cattura la natura con la tecnica. Trasfigurata in fiore, farfalla, fiamma da veli avvolgenti, bacchette che prolungano i movimenti delle braccia e proiezioni colorate che disegnano illusioni sulla seta, la Fuller è il punto di incontro fondamentale tra il cinema e la danza. Perché come coglie bene la Di Giusto, l’arte dell’artista americana è oltre la danza. A dispetto del titolo, la Fuller non era propriamente una ‘ballerina’, non lo era nel senso delle architetture di movimento e di tecniche o stili precisi, lo era piuttosto nel senso di arte del corpo. Spazio e vibrazioni del corpo sono stati la materia prima della sua danza ‘filtrata’ dalla luce. Visionaria che si fece stella con una disciplina tenace e la manipolazione dei tessuti con raggi luminosi sapientemente diretti, i suoi spettacoli teatrali diventano pienamente cinematografici come dimostra La danseuse, film ipnotico e ammaliante. Attraverso sequenze suggestive la regista riproduce le figure mutevoli e le immagini oniriche ma fascinosamente presenti allo sguardo generate dalla Fuller, ‘fissata’ a un meccanismo invisibile al pubblico. Sbilanciata da una storia d’amore, quella consumata col conte di Gaspard Ulliel, nobile decaduto e ‘stupefacente’ che finanzia il suo sogno dall’altra parte del mondo, La danseuse perde qualche volta il controllo della traiettoria ma poi lo ritrova col personaggio di Isadora Duncan, prodigio anche lei americano che vince la Fuller nel momento in cui l’artista pensava di aver trovato la grazia cercata tutta la vita. A incarnarla sullo schermo è l’incantevole Lily-Rose Depp, meravigliosamente eterea e opportunista. La sua Duncan entra a piedi nudi nella danza e nella vita della rivale, opponendo al dispositivo la fluttuazione, al movimento teatrale il movimento naturale del corpo. Sciolta ed esposta in tuniche leggere, innamora la Fuller e come lei diventa promotrice di se stessa. La Di Giusto abbraccia con sguardo appassionato ma gravezza narrativa il destino di due artiste che hanno inciso sul panorama culturale del tempo stimolando riflessioni, influenzando il gusto e diventando soggetto di produzioni artistiche. Nel segno di un’indipendenza rivendicata con forza, la giovane autrice rimarca nelle sue eroine la trasgressione sessuale e la vanificazione dello stereotipo sessuale della danzatrice, la prima celando il corpo nei tessuti, la seconda facendone l’oggetto della propria arte scenica in forma sublimata. Negli anni in cui nasceva il cinema sbarcano entrambe in Europa e finiscono per delineare due tendenze opposte negli intenti e negli obiettivi: una naturalistica, quella dei fratelli Lumière che riproducono la realtà fedelmente come il corpo della Duncan libero nello spazio, e una spettacolare che utilizza trucchi e illusioni ottiche proprio come fanno George Méliès e Loïe Fuller. Cinema e danza, arti coetanee, nuove nello stesso momento e a cavallo tra due secoli, si attraggono e si influenzano a vicenda nel rispetto delle diversità, sublimate in due corpi in movimento verso il cinema e una danza libera. Portatrici di visioni e rivoluzioni artistiche differenti, la Fuller aggrappata all’ideale progressista delle conquiste scientifiche e tecnologiche, la Duncan a quello tardo-romanico del ritorno alla natura e dell’ellenismo, le danseuses tornano a respirare attraverso un montaggio nervoso e la tensione dinamica e palpabile delle sue protagoniste.

Un film di Stéphanie Di Giusto.  Con SokoGaspard UllielMelanie ThierryLily-Rose DeppFrançois DamiensLouis GarrelWilliam HoustonDavid Bowles. Uscita giovedì 15 giugno 2017. Distribuzione I Wonder Pictures.
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INDIZI DI FELICITÀ




Veltroni indaga sulla possibilità della felicità in un tempo che, come quello che stiamo vivendo, sembrerebbe escluderla o considerarla una sciocca utopia. A partire da persone comuni, dal loro vissuto personale, familiare, professionale: un incontro importante, l'arrivo di una notizia a lungo attesa o un momento di crisi profonda ci vengono descritti momenti di felicità possibile e reale. In questo suo quarto film Walter Veltroni va più che mai (qualcuno potrebbe aggiungere ‘finalmente’) controcorrente. Se ricordare quella personalità stimata anche dai più accaniti avversari che è stato Berlinguer oppure far parlare i bambini del loro presente e del loro futuro o perfino far rivivere la memoria di un edificio come il velodromo Vigorelli poteva rientrare in una non difficile categorizzazione tematica, parlare di felicità oggi è più che mai un rischio. Lo era già ad inizio anni ’80 quando Giorgio Gaber in “L’illogica allegria” cantava l’imbarazzo e quasi il senso di colpa di un uomo (lui) che affermava: ”Lo so del mondo e anche del resto/lo so che tutto va in rovina/ma di mattina quando la gente dorme/col suo normale malumore/mi può bastare un niente/forse un piccolo bagliore/un’aria già vissuta/un paesaggio che ne so/e sto bene/io sto bene come uno che si sogna/non lo so se mi conviene/ma sto bene … che vergogna”. Lo è ancora di più oggi (e il regista non se lo nasconde offrendoci in apertura una decina di minuti di immagini che hanno segnato drammaticamente questo inizio di millennio) in particolare in Italia, dove regna incontrastata la definizione sprezzante di ‘buonismo’ nei confronti di qualsiasi forma di espressione artistica (e non) che sia alla ricerca di una possibile positività piuttosto che di un nichilismo compiaciuto. Veltroni non pensa, come Adorno, che non si possa mai affermare di essere felici ma semmai di esserlo stati, essendo praticamente impossibile cogliere il senso della felicità nel momento in cui essa si manifesta. Ci propone quindi testimonianze di varia natura grazie alla quali si può cogliere come e quanto lampi o periodi di felicità abbiano la possibilità di scaturire da situazioni che traggono linfa vitale non solo da uno stato di benessere ma anche dal dolore più profondo. Dalla coppia che ricorda il primo bacio ma anche la nascita di un figlio cerebroleso fino al sopravvissuto alla Shoah che oggi è felice di poter lasciare la sua testimonianza alle nuove generazioni è un susseguirsi di descrizioni di esperienze che il cinefilo Veltroni fa precedere e seguire da due canzoni che hanno segnato la storia del cinema. Senza citare quali siano (per non togliere il piacere della sorpresa) si può rilevare che per una delle due l’autore non può non essere consapevole che è stata anche alla base di una delle scene di violenza cinematografica più discusse. L’averla scelta sembrerebbe voler indicare come da una stessa situazione possano nascere la negatività più estrema così come quegli indizi di felicità che si è andati a ricercare. Una ricerca che finisce con il far sì che ogni spettatore provi, magari per la prima volta, a porre la domanda anche a se stesso.

Un film di Walter Veltroni.  Uscita lunedì 22 maggio 2017. Oggi in distribuzione Nexo Digital.
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RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA





Fino a ieri Ryoto aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un'intenzione. Per pagare l'assegno mensile alla ex moglie, lavora per un'agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Ma la vita è più complicata di così, bugie, tradimenti, meschinità gli hanno alienato la fiducia degli affetti. Kyoto gira a vuoto e fatica a trovare il suo posto nel mondo e in quello di suo figlio. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme. La notte porterà consiglio e Kyoto proverà a riguadagnare la fiducia di Shingo e a 'scommettere' questa volta sull'amore. Il vento si placa e una mattina tersa si prepara. Infaticabile ritrattista di famiglie, di cui fa un campo di investigazione privilegiato, Hirokazu Kore-eda realizza un'ode all'istante, solo rifugio di un mondo dove niente è permanente, soprattutto le relazioni umane. In quell'intervallo e dentro una notte tempestosa ritrova una famiglia. Una famiglia che probabilmente non tornerà mai unita ma che impara ad esserlo anche separata. Autore delle emozioni millimetriche e di una maniera contemplativa, Kore-eda procede a un'analisi clinica del gesto quotidiano e dei caratteri che mette in schermo, rintracciando ancora una volta le ferite prodotte dalla relazione padre-figli. Al cuore della storia c'è un perdente cechoviano e una rassegnazione cechoviana. Ryoto, padre assente e alla deriva, incarna la speranza delusa del figlio e della letteratura e un'immaturità che si trascina e prospera in un mestiere avvilente. Dal padre, il protagonista ha ereditato il vizio incorreggibile per il gioco e una tensione alla menzogna che ha mandato all'aria la sua vita, separato la sua famiglia e deluso suo figlio, che lo guarda imbrogliare e imbrogliarsi. Eroe avvilito e romanzesco, il protagonista di Abe Hiroshi rimanda ad una indecisione dello spirito e a una indecidibilità del corpo. Nondimeno, incarna la nascita di un padre, ribadendo nel cinema di Kore-eda il sentimento di paternità come coscienza (affettiva) che si apprende. Come Father and son, After the Storm dimostra che non si diventa padri da soli, c'è sempre un bambino a insegnare l'amore, è sempre lo sguardo di un bambino a fare di un uomo un padre. Perché la paternità non si stabilisce immediatamente con la nascita ma si costruisce nel tempo. Se Father and son era sbilanciato dalla parte dell'infanzia e sull'inoppugnabile capacità rigenerativa del mondo infantile, After the Storm si concentra sul genitore con riprese in cui prevalgono primi piani che si allargano a scoprire spazi limitati, dove il corpo paterno si muove cercando vanamente di superare l'impasse e trapelando tutto il disagio di una vita ripetuta e provvisoria. La preparazione di un pasto, la spesa, le passeggiate intervengono a scandire un'esistenza ordinaria e la sua inesorabile erosione provocata dagli sbandamenti sociali, finanziari, affettivi, emotivi. Contestualizzato nell'insondabile cultura nipponica, il film di Kore-eda è arte in ascolto affondata nella stessa sorgente dolce-amara che ispirava il cinema di Ozu. L'autore indugia a lungo sui personaggi, registrando solo il tempo e non l'azione nel tempo dei personaggi. È il movimento interiore a rivelarsi allora nel fondo di una notte tormentata dai sentimenti e dall'uragano, dove padre, madre e figlio apprendono ad accettare la separazione come la sola condizione possibile di continuità. Una continuità malgrado tutto.

Un film di Kore'eda Hirokazu.  
Con Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yôko Maki, Rirî Furankî, Sôsuke Ikematsu, Satomi Kobayashi, Isao Hashizume, Taiyô Yoshizawa. 
Uscita giovedì 25 maggio 2017. 
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ADORABILE NEMICA



Harriet Lauler è stata una donna importante in ambito pubblicitario ma ora vive da sola tenuta alla larga da tutti, ivi compresi l'ex marito e la figlia Elizabeth. Ciò è in gran parte dovuto al suo assoluto bisogno di controllo su qualsiasi attività e persona. L'età anziana la spinge a un'iniziativa inconsueta: intende conoscere il suo necrologio prima che sopravvenga la morte. Per far ciò assume d'imperio una giovane addetta alla stesura degli stessi sul giornale locale che lei stessa ha finanziato. Il loro rapporto non sarà semplice. La sceneggiatura di Stuart Ross Fink (al suo esordio) cerca il suo punto di forza nello sviluppo dell'idea iniziale: una persona che ha una così forte smania di controllo da voler conoscere in anticipo cosa si dirà di lei dopo il suo trapasso e che incarica qualcuno di sondare quanti la conoscono per apprendere quale immagine hanno e conserveranno di lei. Con prevedibili esiti negativi e con il conseguente bisogno di trovare una soluzione alternativa. Questo elemento però cederebbe ben presto al deja vu se al centro non ci fosse una inarrivabile Shirley MacLaine che nel corso della sua carriera non si è fatta mancare personaggi ostici, scostanti o comunque difficili da amare a prima vista. Basta pensare a Voglia di tenerezza (che le valse l'Oscar), a Fiori d'acciaio o a Cartoline dall'inferno per averne la prova. Harriet Lauler entra a buon diritto nella galleria di questo genere di personaggi. Con in più la maturità di un'attrice ultraottantenne che offre a questa donna dai giudizi taglienti tutte le sfumature di chi ha vissuto una vita alla "My Way" pagandone anche il prezzo in termini di solitudine. Se anche nel film non ci fosse altro (che però c'è) basterebbero i minuti iniziali in cui i silenzi prevalgono sulle parole per inserirlo nell'antologia delle performance attoriali da ricordare. Ogni ruga, ogni sguardo, ogni gesto assumono significato. Poco importano allora le situazioni prevedibili o la dinamica vecchia/giovane un po' deja vu (anche se Amanda Seyfried, non dimenticata Cosette di Les Misérables, regge la prova) perché se poi ci si trova davanti a una scena come l'incontro, dopo innumerevoli anni, tra madre e figlia al ristorante (ancora un confronto generazionale questa volta con Anne Heche) non si può che dire, alla francese: "Chapeau, Shirley!"


Un film di Mark Pellington. Con Shirley MacLaine, Amanda Seyfried, AnnJewel Lee Dixon, Thomas Sadoski, Philip Baker Hall, Tom Everett Scott, Anne Heche, Joel Murray. 
Uscita giovedì 4 maggio 2017.
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IL GIARDINO DEGLI ARTISTI - L'IMPRESSIONISMO AMERICANO

IL GIARDINO DEGLI ARTISTI - L'IMPRESSIONISMO AMERICANO



Quella tra arte e giardini è una storia d'amore straordinaria. In epoca moderna tutto inizia in un paesino francese, in quella Giverny che aveva ammaliato Claude Monet trasformandosi in fonte di ispirazione per decine e decine di pittori del tempo. Non è però solo l'Europa a rimanere stregata dalle ninfee. Quando nel 1886 il mercante d'arte francese Paul Durand-Ruel porta trecento dipinti impressionisti a New York, infatti, non può probabilmente immaginare quanto accadrà di lì a breve, quando moltissimi artisti americani faranno i bagagli e partiranno per un pellegrinaggio verso lo stagno più famoso di tutto il movimento impressionista. È da qui che prende il via Il giardino degli artisti di Phil Grabsky, che racconta le vicende dell'Impressionismo americano e del suo rapporto con il Garden Movement, fiorito tra 1887-1920. Entrambi i movimenti hanno risposto al rapido cambiamento sociale causato dall'industrializzazione americana. La crescente urbanizzazione stava infatti spingendo l'emergente classe media a cercare rifugio in periferia, dove nel tempo libero era possibile coltivare piccoli e grandi giardini privati. Il film si apre con la mostra The Artist's Garden: American Impressionism and the Garden Movement, 1887-1920 della Pennsylvania Academy of the Fine Arts di Philadelphia. Ci accompagna quindi nel Connecticut, ad Old Lyme, città natale dell'impressionismo USA grazie alla mecenate Miss Florence Griswold, che mise la sua dimora neoclassica a disposizione di artisti come Henry Ward Ranger (1858-1916) e Willard Metcalf (1858-1925), affascinati da spiagge, luci e paludi di questo angolo di paradiso. Si passa quindi a visitare Appledore Island, dove la poetessa Celia Thaxter, accolse artisti come Emerson, Nathaniel Hawthorne, Henry Wadsworth Longfellow, John Whittier e Sarah Orne Jewe trasformando l'isola in un luogo di incontro straordinario che avrebbe ispirato, tra l'altro, 300 opere dell'incisore, disegnatore, illustratore e pittore tra i più famosi dell'impressionismo americano: Childe Hassam (1859-1935). Del resto Celia, come moltissime altre donne americane del tempo, intese il giardino non solo come un'oasi di pace ritrovata ma anche come uno spazio politico: mentre la popolarità di giardinaggio cresceva, infatti, le donne cominciavano ad accedere a nuove professioni, a leggere gli scritti di orticoltori inglesi come Gertrude Jekyll e William Robinson, ad attivarsi per i diritti civili per diventare sempre più indipendenti. Così, se fino a pochi anni prima la Hudson River School aveva narrato i paesaggi epici di un America sconfinata e gloriosa, ora gli impressionisti offrivano una lettura più intima e riservata della natura, curando la poetica del singolo istante, gli effetti atmosferici e tonali, le sfumature delle siepi e dei gazebi ricoperti di fiori.


Regia di Phil Grabsky. 
Un film Titolo originale: The Artist's Garden: American Impressionism. 
Genere Eventi 2017, Uscita cinema martedì 9 maggio 2017 distribuito da Nexo Digital.
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PERSONAL SHOPPER

PERSONAL SHOPPER


Maureen ha da poco perso il fratello Lewis per una disfunzione cardiaca congenita, da cui anche lei è affetta. Maureen è una medium e come tale cerca un contatto con l'aldilà per poter salutare definitivamente il fratello e riappacificarsi con la sua perdita. Maureen è anche una personal shopper, ovvero ha l'incarico di scegliere i vestiti ideali, con un budget stratosferico a disposizione, per una star esigente di nome Kyra. Finalmente Maureen sembra entrare in contatto con una presenza spettrale, ma non è sicura che si tratti di Lewis. Il problema, se di problema si può parlare, che affligge le persone con un'intelligenza superiore alla media è quello di non poter rinunciare a cercare una spiegazione sulle cause o sugli effetti, dove i più arresterebbero la loro indagine, accontentandosi della via più breve. La stessa sindrome che affligge Olivier Assayas, instancabile indagatore di quel che sta dietro, o sopra. Di quel che non si vede, ma che muove le cose. Assayas non si accontenta di verticalizzare l'approfondimento su un tema, deve necessariamente tracciare più connessioni intertestuali possibili tra questo e altri temi, portando la speculazione filosofica su lidi forse impensabili all'inizio del processo. Inutile dire che questo approccio, che spesso coincide con le opere dell'autore meno immediatamente fruibili e comprensibili per lo spettatore medio, non trova grande riscontro presso il pubblico e la critica più generalista. Ma è proprio qui che si trova la natura profonda del cinema di Assayas, la medesima che anima un film accettato quasi unanimemente come un capolavoro come Sils Maria. Perfetto esempio di tutte queste idiosincrasie, Personal Shopper è una profonda investigazione sulle origini della paura, sul bisogno di credere nell'aldilà, e su come relazionarsi con tutto ciò in una società crossmediale, che filtra le emozioni per poi amplificarle. In cui si attende un segno, ma in cui questo arriva via SMS e da uno sconosciuto. Il regista francese riprende temi già affrontati in Sils Maria, di cui Personal Shopper rappresenta al contempo, una prosecuzione, un gemello introverso, un fantasma. Proprio quest'ultimo diviene l'ectoplasmatico e ingannevole fenotipo dell'opera: che procede come una ghost story, ne sfrutta i cliché e i calibrati colpi di scena, per poi raccontare tutt'altro. Con un indubbiamente voluto gioco di/sulle parole, la medium interpretata da Kristen Stewart diviene fulcro di un ragionamento sui media che caratterizzano la contemporaneità. 

Una parte consistente di Personal Shopper si svolge attraverso l'utilizzo di un iPhone, sia per la visualizzazione di video su YouTube che per un dialogo via chat, che attraversa le sequenze cruciali e thrilling del film come un'inseparabile presenza. 
Come un fantasma. La materia da comprimere e da rendere coerente, molteplice e complessa, diviene opera coesa solo grazie a un linguaggio filmico straordinario e a tratti sperimentale - la sequenza precognitiva in albergo - in cui una storia di tensione alla Brian De Palma - citato esplicitamente nelle vestizioni di Maureen, nel voyeurismo implicito, nell'uso del sonoro - con un pizzico di Kubrick e di Kurosawa Kiyoshi convive con una riflessione sulla solitudine da multimedialità e sul mutamento radicale vissuto nel nostro quotidiano. Il tutto proiettato - letteralmente, viste le scene di nudo parziale e l'indagine della macchina da presa sullo straordinario corpo cinematografico della Stewart - sulla pelle di una diva che vive perennemente camminando sul filo invisibile sospeso tra pubblico, privato e sovraesposizione mediatica.



Un film di Olivier Assayas.  
Con Kristen Stewart, Lars Eidinger, Anders Danielsen Lie, Nora von Waldstätten, Sigrid Bouaziz, David Bowles, Ty Olwin, Pamela Betsy Cooper. 
Uscita giovedì 13 aprile 2017. 
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